Bouvard: il “genio deforme” della narrativa scapigliata

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Che cos’è la Scapigliatura?

La Scapigliatura è un movimento artistico e letterario diffusosi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento nel Nord Italia, successivamente all’unificazione politica della penisola avvenuta nel 1861.

Gli Scapigliati sono un gruppo di ribelli e anticonformisti intenzionati a chiudere i ponti con la tradizione letteraria, in particolare con il romanticismo italiano, aprendo la strada al gusto verista e decadentista, sotto l’impulso dei bohémiens francesi, così chiamati per il loro stile di vita disordinato e anticonvenzionale.

Per esemplificare le caratteristiche principali della narrativa scapigliata, leggerò e commenterò insieme a voi uno dei racconti a mio parere più belli di questo movimento.

Il testo in questione è Bouvard del piemontese Igino Ugo Tarchetti, apparso originariamente ne Il Presagio. Strenna italiana per l’anno 1867.

Vorrei presentarvi questo movimento senza elenchi, schemi o riassunti; desidero che sia il racconto stesso a parlare da sé. Per me la letteratura è questo: immergersi nel testo e lasciare che sia la lettura a istruirci e a fornirci tutte le informazioni utili per studiare un autore, un’opera o un movimento letterario.

Che dire? Se siete pronti a questo viaggio, allacciate le cinture e inseriamo la prima marcia!

Chi è Bouvard?

«Bouvard! Chi era Bouvard?»

L’incipit del racconto circonda subito di un alone di mistero il protagonista. Tarchetti vuole riportare alla memoria dei suoi lettori una «storia misteriosa», un «racconto pietoso» il cui personaggio principale è un «genio sventurato» perché «il suo nome tramontò così rapido come l’astro precoce della sera». Sarà «la storia di un uomo che ha sofferto», di una vita dolorosa, pietosa, tragica. Siamo subito avvolti da quell’atmosfera orrorifica tipica della narrativa scapigliata.

Bouvard nasce nel «paese della Savoja», un luogo malinconico per natura; nasce «in una capanna» e la sua venuta al mondo è presentata come un «triste acquisto» per i suoi genitori perché «egli era rachitico e infermiccio», un essere deforme, brutto, ripudiato dalla natura stessa, la quale gli ha concesso solamente «la pura fruizione della vita».

Ecco qui i temi del brutto e della deformità, le figure del rifiuto umano e dell‘emarginato sociale che viene deriso da tutti a causa del suo aspetto fisico. Bouvard, crescendo, «si sentì trafitto nel cuore, immaginando e indovinando forse il destino di tutta la sua esistenza».

Il fanciullo si isolò dal mondo, si chiuse sempre di più in se stesso, e probabilmente «dovette a questa sventura precoce lo sviluppo straordinario della sua sensibilità».

Bouvard è un contemplatore: ama osservare il sole, il fiume, il tramonto, gli uccelli, i fiori. La bellezza della natura si contrappone alla sua bruttezza esteriore. Un giorno Bouvard si specchia casualmente sulla superficie trasparente di un fiume e la vista di se stesso, della sua «immagine brutta, laida, ributtante» gli suscita un pianto lungo e doloroso. Una scena che evoca, e ribalta, il mito di Narciso che, al contrario di Bouvard, si compiace della sua immagine riflessa, al punto da innamorarsene, tentare di abbracciarla, e morire affogato.

All’età di dieci anni sua madre muore e suo padre gli dice che è arrivato il momento di separarsi; lui può ormai «bastare a se stesso». Il padre gli lascia solo la sua marmotta e la sua gironda (uno strumento musicale a corda), con la speranza che il cielo lo guardi e gli dia «fortuna».

Bouvard non si abbatte. Nonostante la sua esistenza disgraziata, continua ad avere fiducia nel mondo, a pensare che «Oh! Egli deve essere pur buono il Signore se ha creato tante cose meravigliose».

La nascita di un genio

Un giorno si immerge completamente nella natura: «cadde in una profonda meditazione», «la sua anima acquistava una strana sensibilità, il suo udito una potenza di sensazione ineffabile», al punto che «gli parve d’aver indovinato il segreto della grande musica della natura».

Questo è il momento di svolta che cambia la vita del protagonista: Bouvard prende la gironda del padre e intona una melodia divina che lo fa piangere e pregare. Il desiderio paterno è presto esaudito: Bouvard, all’improvviso, «aveva compreso di essere artista». Questa presa di consapevolezza muta il suo animo: egli inizia a sentirsi «superbo di sé, superbo della sua arte divina».

Ecco la nascita di un genio di cui, di lì a poco, avrebbero parlato tutti i giornali di Ginevra, descrivendolo come «il celebre suonatore di violino», «il giovane artista dall’ingegno straordinario e dalla fama universale».

Abbandoniamo, insieme all’autore, «il piccolo savoiardo», e guardiamo al nuovo «uomo di mondo».

Il successo / l’amore

Il successo è sufficiente a rendere felice un essere umano? Per Bouvard no. A lui manca qualcosa di prezioso: «Bouvard desidera un affetto, un affetto ardente come la sua anima, com’esso infinito, un amore di cui saziarsi o morire». Bouvard è diventato un genio della musica, adulato da tutti, stimato e apprezzato per le sue abilità artistiche; ma è rimasto comunque un essere inguardabile, indesiderato, orribile, deforme e tremendamente solo.

« […] E quando volle un cuore, un cuore soltanto, conobbe che vi era un deserto intorno a lui, che l’amicizia rifuggiva da quella vita apparente e simulata, e che la sua deformità lo condannava all’isolamento dell’amore».

Bouvard non ha pace. Ritorna nel suo paesino della Savoja, che gli sembra ormai del tutto diverso rispetto a quello della sua infanzia; poi fa di nuovo tappa a Ginevra; trascorre tre anni in Italia («fu a Venezia, a Roma, a Firenze e […] a Napoli, dove, ricco di fama e di danaro» aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della «sua carriera di artista nel mistero e nell’isolamento»).

«Sdegnato della sua arte», delle persone che in lui vedono solamente il genio e non l’uomo desideroso di amare, si rinchiude «in una villa remota» dove sarebbe morto dimenticato da tutti se non ci fosse stato un «avvenimento misterioso».

L’illusione

Bouvard ha ormai «ventincinque anni e non ha [mai] amato». «In una sera d’autunno», seduto «lungo la riva del mare» a guardare il sole calante, Bouvard si accorge di una barca all’interno della quale vede una «giovane bellissima» che fissa il suo sguardo su di lui.

Questa ragazza è Giulia, di famiglia aristocratica, che Bouvard pensa di poter sedurre con la sua «sventura» cui «vi attribuiva l’onnipotenza della bellezza». Bouvard idealizza la donna a tal punto da farsene un’immagine astratta che, in seguito, gli si ritorcerà contro perché si accorge che «Colei, quell’angelo, quella fanciulla adorata, non era più che una donna comune, lieta, incurevole, folleggiante», pronta a deriderlo per la sua deformità al pari di tutti gli altri.

L’odio

A questo punto Bouvard, disilluso, disingannato, non ripudia più la sua bruttezza, anzi: «Un orribile desiderio gli balenò […] di una deformità più mostruosa, di una bruttezza sì spaventevole, che, […] avesse potuto saziare in lui l’avidità ineffabile dell’odio».

Se non si può provare amore, l’unica altra grande passione che può «riempiere quel vuoto che non ha potuto riempiere l’amore» è l’odio.

Bouvard ha però soltanto desiderato di odiare; nei fatti, ha continuato ad amare Giulia: non più la Giulia angelica, bensì quella terrena, capricciosa, voluttuosa. «E perché avrebbe egli dovuto odiarla? Per quale diritto aveva egli osato pretendere al sacrificio della sua beltà e del suo cuore?»

Il fascino dell’orrido

Trascorsero quattro anni e di Bouvard non si seppe più nulla. Lo ritroviamo «in un mattino profumato di maggio», quando Giulia, il giorno prima delle sue nozze, muore a causa di «una malattia improvvisa e crudele».

«Da una piccola finestra di una soffitta in una casa di fronte, si affacciò una figura di uomo» sul cui volto apparve «un sorriso amaro e terribile». Ecco Bouvard, dal volto pallido, dai capelli e dalla barba lunghi, trascurati, lo sguardo tetro, l’espressione tanto lucida quanto spietata. Era arrivato il momento da lui tanto desiderato: il giorno delle sue nozze con il cadavere della donna che non ha mai smesso di amare.

Bouvard svuota la sua soffitta di tutti i mobili, gli arredi, i libri, e la riempie di fiori e lumi: «Ecco apparecchiata la mia camera nuziale e la mia tomba ad un tempo . . . la vita e la morte . . . il gelo del sepolcro, e il fuoco dell’amore sì lungamente represso».

«La povertà, i disinganni, lo scetticismo sociale, l’isolamento» hanno inesorabilmente cambiato la sua natura. Bouvard si impossessa della salma di Giulia, «la adagia con dolcezza sopra uno strato di fiori, poi s’inginocchia e la guarda». L’uomo abbraccia il cadavere, «ne bacia le labbra irrigidite dalla morte», poi viene colto dal delirio: vorrebbe amarla, riportarla in vita, ma sa che lei lo deriderebbe e rifiuterebbe di nuovo, e allora vorrebbe odiarla, ma è troppo bella per riversare su di lei il suo disprezzo. Alla fine «ricade spossato presso il cadavere della fanciulla».

Una musica mortale

Bouvard trova la morte. Ma prima di morire, i vicini riferiscono di aver sentito «dei gemiti e delle grida soffocate» e poi, durante la notte, «un suono di violino», divino, attraente, ipnotizzante. «[. . .] Vi era tutto ciò che il suono ha di aspro e di dolce, di soave e di orribile. Sfortunati coloro che udirono quella musica!».

Il giorno dopo, tutta la città brulica di invidui indignati a causa della violazione del sepolcro della ragazza. Le tracce portano alla soffitta di Bouvard; la porta d’ingresso viene abbattuta, mostrando un «orrendo spettacolo»: «Tutti quei fiori erano calpestati e dispersi, molti oggetti infranti, i veli della fanciulla lacerati, dovunque le tracce di una lotta disperata e ineguale».

Che la musica celeste di Bouvard abbia avuto il potere di resuscitare la donna? Che ci sia stato un combattimento violento? Tutto quello che si può dire è che «Schegge e frantumi di violino giacevano sparsi sul pavimento, ed un corpo deforme […] stringeva […] il cadavere della bella Giulia . . . Bouvard era morto!».

La vita di un “genio deforme”

Il testo cui ho fatto riferimento nel corso di questo articolo si trova in Racconti d’artista della scapigliatura della Edizioni Unicopli, a cura di Gianni Celati.

Bouvard è il racconto di un “genio deforme” che riesce a farsi apprezzare come artista, ma fallisce laddove cerca di farsi amare come uomo. Bouvard sa di essere orribile, ma non smette mai di sperare che una donna possa andare oltre la sua bruttezza, persino sacrificarsi per lui.

Il protagonista di questa storia incarna i temi principali della narrativa scapigliata: il fascino dell’orrido, della morte, la dicotomia bellezza morale / bruttezza fisica, l’emarginazione sociale, la malattia, la perversione spinta (al punto da sfociare nella necrofilia).

Assistiamo gradualmente ad una trasformazione del personaggio: da piccolo montanaro a violinista di fama mondiale a genio infelice e, infine, un mostro soddisfatto di poter abbracciare il cadavere di quella donna che in vita non ha potuto possedere.

L’autore crea un’atmosfera misteriosa: la morte improvvisa di Giulia e l’apparizione, subito dopo, del volto di un uomo da una soffitta di fronte la casa della donna; un uomo che ha stampato sul viso un’espressione felice, come se fosse stato lui a causare la morte di Giulia, anche solo con il pensiero.

Che dire della parte finale? Cosa sono le grida che sentono i vicini? C’è stata davvero una lotta? Per me c’è stato sì un combattimento, ma tutto interiore al protagonista. Bouvard è sprofondato nel suo delirio; forse ha cercato di resuscitare il cadavere della donna con il suo violino; forse si è scontrato con la salma inerme. Chi lo sa?

Prima di distruggere il suo strumento, ha intonato una melodia di odio e d’amore, celeste e infernale; probabilmente la sua marcia nuziale e funebre insieme. Un suono dalla forza così potente da avergli prosciugato la sua linfa vitale.

L’ultima esibizione di un artista che muore sul palcoscenico, accanto al cadavere di una donna che, anche se morta, continua ad essere bellissima. A differenza sua, Bouvard non può non essere ancora più orrendo. Però è sicuramente felice perché è morto accanto alla donna che ha amato.

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  • Storia interessante e attuabile ai nostri tempi. Quante sensibilità artistiche hanno fatto percorsi affini a questo? Musicisti, cantanti, sportivi.. finiti con l’autodistruggersi e lasciare questo mondo troppo presto.

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