Intervisto Gli Artisti di ApotecaNova di Napoli: Cobra Creativo, Nicola Spinelli e Maria Narducci.
Insieme andremo alla scoperta di alcuni pensieri legati alla loro arte e di aspetti personali che ne definiscono l’identità artistica.
L’intervista si compone di cinque domande comuni a tutti gli artisti, accompagnate da una fotografia di una loro opera.
Gli Artisti di ApotecaNova di Napoli
Cobra Creativo

1) Qual è il punto di partenza del suo processo creativo?
Ogni mio quadro è l’espressione di un concetto, che nasce da un pensiero personale o che mi viene affidato da altri. Il processo creativo inizia quindi dall’analisi profonda di quell’idea, a volte anche dalla sua destrutturazione, fino a quando non prende forma nella mia mente.
2) In che modo scultura e pittura si influenzano a vicenda nel suo lavoro?
La prima parola che mi viene in mente è plasticità: quel ponte che si crea tra il 2D e il 3D e che porta ad avere una maggiore consapevolezza delle masse, delle forme e delle ombre.
3) C’è un artista o un periodo storico che ha influenzato in modo significativo la sua ricerca?
Il mio stile è letteralmente un processo di ricerca, ma mai in maniera attiva. Mi spiego meglio: sono molti gli artisti da cui traggo ispirazione, ma non ho mai copiato un loro quadro per comprenderne il modo di dipingere o l’uso di uno specifico materiale. Piuttosto, emulo il loro processo tecnico e creativo, applicandolo però a lavori totalmente miei.
Dal punto di vista tecnico, ho spesso preso spunto da determinati artisti e opere, per poi stravolgerli e arrivare a una mia personale sintesi.
4) Quando un’opera può dirsi conclusa, dal suo punto di vista?
Per la mia esperienza personale, solo quando i miei colleghi mi impongono di staccarmi da quell’opera. Rischio spesso di cadere in un loop infinito di modifiche, alla continua ricerca di una perfezione che difficilmente arriva. Per questo mi affido al buon senso degli amici, che mi strappano letteralmente via dal cavalletto.
5) Quale esperienza o riflessione spera di suscitare nel pubblico?
Fastidio. Credo che il fastidio sia il modo più efficace per far recepire un concetto. Lo spettatore non deve necessariamente essere d’accordo o in disaccordo con me: il mio intento è semplicemente accendere un ragionamento. E il fastidio, a mio avviso, è la forma più performante per farlo.
Nicola Spinelli

1) Qual è il punto di partenza del suo processo creativo?
Il processo creativo può nascere da una sensazione, da un’esperienza vissuta o da un’interazione con l’altro. Da questo impulso iniziale prende forma una fase di rielaborazione, in cui emerge la necessità di trasformare un concetto astratto o uno stato emotivo in materia tangibile. Il nodo centrale diventa il “come”: dare forma a ciò che non ha parole e raccontare senza ricorrere al linguaggio verbale. È in questo passaggio, tra intuizione e materia, che per me ha inizio il processo creativo.
2) In che modo pittura e scultura si influenzano a vicenda nel suo lavoro?
Pittura, illustrazione e scultura sono discipline costantemente interconnesse nel mio percorso. La pittura possiede una forte capacità narrativa, spesso affidata allo studio delle luci e delle ombre, capaci di suggerire atmosfere e tensioni. Questo approccio ha influenzato profondamente la mia scultura. Allo stesso tempo, la pittura è segnata da una conoscenza tridimensionale della forma, maturata attraverso la pratica scultorea, che guida e arricchisce il mio lavoro.
3) C’è un periodo storico che ha influenzato la sua ricerca?
Nel dialogo tra pittura e scultura, il Barocco è il riferimento che ha inciso maggiormente sulla mia ricerca visiva. Artisti come Rubens e Bernini hanno avuto un ruolo centrale nella formazione del mio sguardo, per la loro capacità di trasformare movimento, tensione emotiva e teatralità in elementi strutturali dell’opera. L’uso drammatico della luce, la dinamicità delle composizioni e la forza espressiva dei corpi continuano a influenzare il mio modo di intendere l’arte come linguaggio narrativo ed emotivo.
4) Quando un’opera può dirsi conclusa?
Dichiarare un’opera conclusa è spesso complesso. Il lavoro è guidato più dal desiderio di scoperta che dall’idea di un risultato definitivo. L’opera si configura come il risultato temporaneo di un processo di ricerca, in cui il tempo, l’osservazione e il dubbio sono elementi fondamentali. Quando percepisco che il lavoro mi ha restituito ciò che stavo cercando, anche solo in parte, posso considerarlo concluso. Da quel momento, è nello sguardo dello spettatore che l’opera trova nuove possibilità di esistenza e significato.
5) Quale esperienza spera di suscitare nel pubblico?
Ciò che desidero trasmettere è un equilibrio tra dimensione estetica e contenuto concettuale. Il messaggio deve passare anche attraverso la materia, il lavoro delle mani e la qualità formale dell’opera. Credo che emozione e pensiero non siano in contraddizione, ma possano rafforzarsi a vicenda. Il mio obiettivo è creare opere capaci di parlare nel tempo, non solo nel momento in cui vengono presentate, offrendo al pubblico un’esperienza duratura e stratificata.
Maria Narducci

1) Qual è il punto di partenza del suo processo creativo?
Il mio processo creativo non ha un punto di partenza preciso: nasce da uno stato di libertà, da una sensazione o da una visione che emerge dalla realtà. Spesso sono macchie, forme indefinite o suggestioni visive a innescare il lavoro, elementi aperti che rielaboro fino a quando trovano una forma concreta e diventano immagine.
2) In che modo pittura e scultura si influenzano a vicenda nel suo lavoro?
Pittura e scultura sono entrambe fondamentali nella ricerca del mio linguaggio. Pur essendo tecniche diverse, si influenzano costantemente, soprattutto nel modo in cui costruisco e comprendo le forme. La tridimensionalità della scultura arricchisce il mio approccio pittorico, mentre la pittura mi consente una maggiore libertà e immediatezza espressiva.
3) C’è un artista o un periodo storico che ha influenzato la sua ricerca?
Non esiste per me un unico riferimento nella storia dell’arte. Il mio sguardo si muove liberamente tra artisti come Michelangelo, Gemito, De Ribera, Mancini e Burri, ognuno dei quali rappresenta una possibilità di ricerca e di crescita tecnica. Un incontro fondamentale è stato quello con Ciro Vignes, artista poliedrico e mio maestro, che mi ha insegnato il valore dell’osservazione profonda e la capacità di riconoscere l’arte tanto nelle cose minime quanto in quelle più dirompenti, cambiando radicalmente il mio modo di guardare e di vivere l’arte.
4) Quando un’opera può dirsi conclusa?
La conclusione di un’opera coincide con la fine di un corpo a corpo intimo e spesso doloroso. Arriva con una sensazione di saturazione fisica ed emotiva, quando ogni gesto ulteriore sarebbe una forzatura. In quel momento mi fermo, l’opera smette di appartenermi e viene consegnata allo sguardo degli altri.
5) Quale esperienza spera di suscitare nel pubblico?
Spesso evito di pensare al pubblico durante il processo creativo, soprattutto quando il lavoro nasce da un’urgenza personale. Creo come forma di necessità e di sfogo, cercando di far emergere il mio mondo interiore. Se c’è una speranza che accompagna il mio lavoro, è che anche una sola persona, osservandolo, possa sentirsi meno sola, riconoscersi o percepire che qualcosa, dentro di sé, si è mosso.








Conosco bene questi 3 giovani artisti da qualche anno e, alcuni giorni fa, ho partecipato a una loro mostra che è tuttora presente nel Palazzo Allocca di Saviano (NA).
Desidero fare loro i miei complimenti: ancora una volta, in questa mostra, hanno dimostrato e confermato la loro maturità espressiva e una professionalità davvero notevoli. Ognuno di loro, con linguaggi diversi, ha saputo portare alla luce un mondo interiore autentico, restituendolo al pubblico con coraggio e sensibilità, in un dialogo vivo, intenso, necessario, che arriva dritto al cuore e alle viscere.
Leggendo l’intervista, alcune riflessioni mi hanno toccata in modo particolare, attraversandomi come un’eco familiare.
Quando ho letto che un’opera si conclude nel momento in cui si raggiunge quella “saturazione fisica ed emotiva”, ho sentito un piccolo sussulto: è esattamente ciò che vivo anch’io quando creo un percorso formativo nel mio lavoro di formatrice e coach per la crescita personale. C’è un punto in cui senti che hai dato tutto, che ogni gesto ulteriore sarebbe una forzatura, se non addirittura un tradimento, e allora lasci andare. L’”opera” non è più tua: diventa un dono da consegnare.
Mi ha commossa anche la speranza che il proprio lavoro possa far sentire “meno sola” anche una sola persona. È un desiderio che condivido profondamente: se anche un solo partecipante a un mio corso si sente toccato, visto, riconosciuto, capito, accompagnato o motivato a crescere, sento di aver dato il mio contributo al mondo.
Infine, ho apprezzato molto il riferimento ai “maestri”, i modelli di riferimento, non solo quelli del passato ma anche quelli vicini, presenti, viventi, come può essere il citato Ciro Vignes.
È bello vedere una giovane artista riconoscere con gratitudine chi l’ha accompagnata, e altrettanto bello immaginare la gioia di un maestro nel vedere crescere una propria allieva e riconoscere che la luce di questa allieva non gli appartiene ma sicuramente lo attraversa. È un gesto di umiltà e di verità da parte di entrambi.
Auguro a tutti e tre questi talentuosi artisti un cammino luminoso, fedele alla loro autenticità e alla loro ricerca interiore.
Avete già dimostrato di avere molto da dire, con una voce personale che merita di essere ascoltata.
La vostra arte continui a toccare, a muovere, a far nascere risonanze profonde in chi la incontra.
Il vostro percorso sia ricco di bellezza e successi.
Grazie Mille Orsola.
mi fa piacere che l’articolo ti sia piaciuto, ti auguro buona fortuna per il tuo lavoro di formazione.
Grazie, caro, davvero, per il tuo augurio!
Ti sei definito nel tuo mini blog “Un ragazzo dai mille talenti, ma che non ne usa uno” 🙂
eppure, leggendo l’articolo che hai scritto, io ne ho visto splendere almeno uno — e anche molto bene.
Hai saputo fare domande intelligenti e vere, lasciare spazio a tre giovani artisti perché potessero tirare fuori il meglio da sé e raccontarsi con profondità e autenticità.
Non è un talento da poco!
Che tu possa continuare a riconoscere e usare tutti i doni che porti dentro, uno alla volta o anche tutti insieme 🙂
Il mondo ha bisogno proprio di questo: di talenti che si lasciano vivere.
PS Anche l’auto-ironia che hai usato nella definizione di te stesso è un talento prezioso. Il mondo ha bisogno anche di questo 🙂 : di persone che si prendono sul serio… ma non troppo.
Ti auguro dal cuore di continuare a brillare con leggerezza e verità insieme!