Nel cuore pulsante di Napoli, tra i vicoli che trasudano storia e mistero, il collettivo Llabbasc ospita una delle voci più originali del panorama artistico contemporaneo: Lunedibibo. Artista lucano d’origine ma napoletano d’adozione, Lunedibibo ha tracciato un percorso sinestetico che parte dalla musica, attraversa l’illustrazione degli oracoli e approda alla calligrafia gotica astratta.
Le sue opere non sono semplici tele, ma veri e propri “portali” in cui il segno grafico diventa rito. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare cosa accade quando la penna incontra la pelle o la tela, e come il tempo si fermi nell’istante della creazione.
Lunedibibo: l’arte della calligrafia gotica astratta
1. Il momento del “salto nel vuoto“
C’è un momento preciso, mentre lavori a un quadro, in cui senti che l’opera ha preso una vita propria e non sei più tu a controllarla del tutto?
«Accade verso la fine, negli ultimi tratti. In quel momento avverto il bisogno di fare qualche passo indietro per ammirare l’insieme. Spesso ho la sensazione che il processo appena concluso non mi appartenga del tutto, come se avessi agito in uno stato di trance e profonda meditazione. Quando emergo da quel “portale” appena realizzato, mi rendo conto che il tempo è trascorso in un secondo impercettibile: la concentrazione ha annullato la dimensione temporale.»
2. L’errore come opportunità
Qual è stato l’errore più fruttuoso della tua carriera? Un segno o un colore sbagliato che ha cambiato il senso di un’opera?
«Più che di errori sulla tela, parlerei di decisioni di vita che hanno cambiato la mia direzione. Nel mio vocabolario, la parola “errore” non esiste. Credo fermamente che se qualcosa accade in un determinato modo, è perché così doveva essere. Faccio tesoro di ogni esperienza e cerco di migliorare ogni giorno partendo da questa consapevolezza: ogni segno, anche quello apparentemente fuori posto, è una necessità evolutiva.»
3. Il dialogo con l’osservatore
Cosa speri che accada a una persona nei primi dieci secondi in cui guarda un tuo quadro?
«Auspico un’immersione totale, che coinvolga non solo la vista ma tutti i sensi. Spesso accompagno la visione delle mie opere con la musica — firmo sempre i quadri indicando l’album che stavo ascoltando durante la creazione — e con il profumo dell’incenso. Vorrei che l’osservatore fosse coinvolto fisicamente, che si soffermasse su ogni singolo tratto invece di limitarsi a uno sguardo fugace. È un invito a fermarsi e a sentire il corpo all’interno dello spazio visivo.»
4. Il “silenzio” dell’opera
Se i tuoi quadri potessero parlare, quale sarebbe la verità più profonda che griderebbero?
«Suggerirebbero un cambio di dimensione. Le mie opere sono portali magici pensati per un viaggio psichedelico nell’inconscio. Non si tratta di un astrattismo incomprensibile, ma della scrittura di una lingua antica e rituale, praticata da pochi. Vorrei che chi osserva potesse ascoltarne le “note dolci”, assaggiarne i colori e percepire la lentezza della composizione, mettendo a tacere il pensiero critico per lasciarsi andare puramente alle sensazioni.»
5. L’evoluzione e il distacco
Si dice che un quadro non sia mai finito, ma solo abbandonato. Come decidi che è il momento di dichiarare un’opera conclusa?
«Cerco di terminare il quadro nel minor tempo possibile, ma non per fretta, bensì per preservare l’intensità dell’immersione. Non amo soffermarmi per giorni sulla stessa opera; al contrario, più la vedo completarsi, più sento il desiderio di passare a una nuova esperienza compositiva, a un nuovo album da ascoltare e a un nuovo processo da vivere. Il mio stile è strettamente personale e viscerale: è un dialogo che prescinde dal giudizio altrui, un atto in cui l’istinto e l’intuito prevalgono sulla razionalità.»
6. L’eredità visiva
Se dovessi scegliere un solo colore, un solo materiale e una sola emozione per descrivere il tuo percorso, quali sarebbero?
«Come colore scelgo senza dubbio l’oro, perfetto per risaltare su basi nere o blu profonde. Il materiale è il pennello a punta tronca (o la penna piatta): è lo strumento che sento come un’estensione della mia mano, quello che saprei usare anche ad occhi chiusi. L’emozione, infine, è l’intuizione pura, quella che fiorisce quando la razionalità si fa da parte per lasciare spazio al segno.»
Conclusione
Attualmente, Lunedibibo espone e lavora presso il collettivo Llabbasc a Napoli, dove continua a fondere calligrafia, anatomia e ricerca formale sia su tela che sulla pelle.










