Una Ziggurat nel mezzo del Mediterraneo in Sardegna

La Sardegna è nota per il suo mare, le sue spiagge e coste, per le splendide località dell’interno e per finire per la sua enogastronomia.

Ha un patrimonio archeologico enorme: è conosciuta per essere la culla della Civiltà Nuragica, che ha lasciato agli osservatori di oggi, oltre 7000 Nuraghi, ma anche monumenti funerari megalitici chiamati Tombe dei Giganti.
Sotto questo aspetto, è nota anche per le Domus de Janans (Case delle fate), grotte artificiali scavate nella roccia dalla cultura pre-nuragica adibite a luoghi di sepoltura e di culto.

Una Ziggurat nel mezzo del Mediterraneo – storia e descrizione

Sempre sotto il profilo archeologico è nota anche per i cosiddetti Giganti di Mont’e Prama, un complesso eccezionale di sculture monolitiche in pietra arenaria realizzate dalla civiltà nuragica che rappresentano le sculture a tutto tondo più antiche del bacino del Mediterraneo occidentale, nate ben prima della statuaria classica greca.

Con questo modesto contributo voglio descrivervi un unicum, una struttura megalitica priva di eguali in tutto il bacino del Mediterraneo, una meraviglia che si staglia nel bel mezzo del paesaggio agricolo a una manciata di km da Sassari nel Nord Sardegna: il Complesso Prenuragico di Monte d’Accoddi.

Altare preistorico di Monte d’Accoddi

L’altare preistorico di Monte d’Accoddi rappresenta un unicum archeologico che sfida le tradizionali categorie della preistoria europea, ponendosi come un ponte monumentale tra le culture indigene dell’isola e le grandi civiltà dell’Antico Vicino Oriente.

Soprannominato comunemente la “Ziggurat della Sardegna” per la sua inconfondibile sagoma a tronco di piramide servita da una lunga rampa d’accesso, questo complesso santuariale racchiude in sé millenni di stratificazione culturale, credenze religiose, sofisticate conoscenze ingegneristiche e una profonda concezione del sacro.

Storia e progresso della Ziggurat in Sardegna

Fino alla metà del Novecento, il sito non era altro che una collinetta di terra e sassi ricoperta di vegetazione. Il terreno su cui sorge il monumento apparteneva alla famiglia Segni e fu proprio l’interessamento dell’allora politico (e futuro Presidente della Repubblica) Antonio Segni, unito all’intuito dell’archeologo Ercole Contu, a dare il via alle prime campagne sistematiche di scavo.

I lavori diretti dall’archeologo tra il 1952 e il 1958 portarono alla luce la straordinaria struttura piramidale. Gli scavi rivelarono che ciò che sembrava una semplice collina artificiale era in realtà un imponente santuario preistorico a terrazza, caratterizzato da una lunga rampa d’accesso.

Successivamente, tra il 1979 e il 1990, una seconda importante serie di scavi guidata da Tinè consentì di comprendere la sequenza stratigrafica del sito. Le sue indagini chiarirono che il monumento non era stato costruito in un’unica fase, ma era il risultato del sovrapporsi di due distinte strutture santagostiniane e calcolitiche, battezzate dagli archeologi “Tempio Rosso” e “Tempio a Terrazza“.

Il complesso di Monte d’Accoddi è stato frequentato per oltre un millennio, dall’Età del Rame fino ai primi albori dell’Età del Bronzo. Attraverso le analisi al radiocarbonio e lo studio dei reperti ceramici.

Fasi della vita del sito

Gli archeologi hanno ricostruito le quattro fasi fondamentali della vita del sito:

1. Il Villaggio del Neolitico Finale (3800 – 3200 a.C.)

Prima della costruzione del primo monumento, l’area era occupata da un villaggio capannicolo ascrivibile alla Cultura di San Ciriaco e successivamente alla celebre Cultura di Ozieri (Neolitico Finale). Gli abitanti di questa comunità vivevano in capanne rettangolari o circolari e praticavano l’agricoltura e l’allevamento. Già in questo periodo la zona rivestiva una forte valenza sacra, come dimostra la presenza di alcuni menhir isolati e di tavole per le offerte.

Menhir e altare a destra (Gianni CaredduCC BY-SA 3.0)

2. Il “Tempio Rosso” (3200 – 2800 a.C.)

In piena epoca Ozieri, la comunità decise di trasformare radicalmente il luogo di culto originario ed erigere la prima grande struttura monumentale. Fu costruita una piattaforma tronco-piramidale alta circa 5,5 metri, accessibile tramite una rampa. Sulla sommità di questa terrazza venne edificato un sacello rettangolare i cui muri e pavimenti erano interamente intonacati e dipinti con ocra rossa. Questo primo santuario è noto agli archeologi come il **Tempio Rosso**.

Il Tempio Rosso rimase in uso per diversi secoli finché non fu devastato da un tragico evento: un incendio violento, forse accompagnato da un terremoto o da un cedimento strutturale, che provocò il crollo del sacello superiore e il definitivo abbandono della struttura originaria.

3. Il “Tempio a Terrazza” o la Grande Ziggurat (2800 – 2400 a.C.)

Anziché sgomberare le macerie, gli abitanti delle culture del Calcolitico (Cultura di Abealzu-Filigosa) riutilizzarono la struttura distrutta come nucleo interno per una riedificazione monumentale ancora più grandiosa.

Il Tempio Rosso fu completamente inglobato e sepolto da una colossale colmata di terra, pietre e calce. Al di sopra di questo imponente terrapieno fu costruita una nuova e più grande piramide a gradoni. La nuova struttura raggiunse un’altezza di circa 9 metri (in origine probabilmente superiore), con una base quadrangolare di circa $36 times 38$ metri. La nuova rampa d’accesso venne prolungata fino a raggiungere la lunghezza straordinaria di circa 41 metri. Questa è la struttura che è possibile ammirare ancora oggi.

4. Il Decadimento e il Riutilizzo (2400 – 1800 a.C.)

Con l’avvento della Cultura di Monte Claro e successivamente della Cultura del Vaso Campaniforme e di Bonnanaro (Bronzo Antico), il ruolo del grande altare cominciò gradualmente a declinare. La struttura non fu più mantenuta con la monumentalità del passato, ma l’area continuò a essere utilizzata per sepolture occasionali e rituali comunitari fino al definitivo abbandono coincidente con il pieno sviluppo della Civiltà Nuragica, la quale prediligerà tipologie architettoniche radicalmente diverse (i nuraghi e le tombe dei giganti).

Descrizione della struttura di monte d’Accoddi

Monte d’Accodi – (Wikipedia Photo2023 CC BY 4.0)

La struttura di Monte d’Accoddi stupisce per la pulizia delle linee geometriche e per il rigore ingegneristico della sua pianificazione spaziale. Il complesso si compone di diversi elementi fondamentali, ciascuno dei quali svolgeva un ruolo preciso nell’impianto rituale.

La Rampa d’Accesso
Senza dubbio l’elemento visivo più d’impatto del monumento. Orientata con precisione lungo l’asse nord-sud, la rampa sale dolcemente dal livello del terreno fino alla cima della piattaforma superiore. Costruita con blocchi di pietra calcarea non squadrati e delimitata da pareti di contenimento lateralmente, la rampa serviva per le processioni solenni dei sacerdoti e della popolazione durante i riti sacri.

La Piattaforma Tronco-Piramidale
La piattaforma rialzata costituisce il cuore dell’altare. I muri perimetrali della terrazza sono realizzati mediante la tecnica del muro a scarpata, composta da grandi massi calcarei incastrati a secco. La forma ricorda in tutto e per tutto un terrazzamento piramidale, pensato per elevare lo spazio sacro al di sopra del piano terrestre, avvicinando simbolicamente gli officianti al cielo.

Il Sacello Summe
Sulla cima della seconda terrazza non rimangono che le fondamenta del sacello, ma le ricognizioni archeologiche sul Tempio Rosso sottostante hanno permesso di ricostruirne l’aspetto. Si trattava di una cella rettangolare, priva di finestre, destinata a custodire il simulacro della divinità o a ospitare le fasi più segrete dei rituali religiosi. 

Reperti megalitici e significato

Attorno alla base del grande altare si estende un’area sacra costellata di importanti reperti megalitici che arricchiscono il significato simbolico del sito.

1. Il Grande Menhir
Sul lato orientale della rampa d’accesso si erge un maestoso **menhir** in pietra calcarea, alto ben 4,44 metri e dal peso stimato di diverse tonnellate. Si tratta di uno dei monoliti più grandi della Sardegna prenuragica. Nel pensiero magico-religioso del Neolitico, il menhir rappresentava l’elemento maschile, il fallo cosmico che feconda la terra, o un perno di unione tra il mondo terrestre e il divino.

2. La Tavola per le Offerte (Dolmen/Altare)
Sullo stesso lato della rampa si trova un’imponente lastra di calcare sorretta da pietre minori, dal peso di circa 8 tonnellate. La superficie presenta diversi fori passanti lungo i bordi. Gli archeologi ritengono che questa piastra servisse per la consumazione di pasti rituali, la preparazione di libagioni o come vero e proprio altare per il sacrificio di animali, con i fori usati per legare le vittime o far defluire i liquidi sacri (sangue, latte, vino o acqua).

3. Le Pietre Sferiche (I “Biti”)

Tra i reperti più affascinanti e misteriosi del sito figurano due grandi pietre sferiche levigate:

– La prima, scolpita in calcare, ha una forma quasi perfettamente sferica.
– La seconda, di dimensioni ancora maggiori e in pietra vulcanica (diorite/granito), pesa oltre un tonnellata e presenta incisioni superficiali.

Questi globuli di pietra sono stati interpretati in vario modo: da rappresentazioni simboliche degli astri (il Sole e la Luna) a raffigurazioni sintetiche della Dea Madre in stato di gravidanza, o ancora come simboli cosmologici legati alla fertilità e alla rigenerazione della vita.

Pietra sferica (Gianni CaredduCC BY-SA 3.0)

Significato, culti e territorio del Santuario di Monte d’Accoddi

Il tratto più dibattuto ed esaltante di Monte d’Accoddi riguarda il suo straordinario parallelismo concettuale e architettonico con le ziggurat mesopotamiche (come quelle di Uruk, Ur o Eridu).
Le somiglianze sono impressionanti: in entrambi i casi ci troviamo di fronte a una montagna artificiale eretta per avvicinare l’uomo alla divinità, dotata di una rampa di salita e culminante in un tempio dipinto. Il Tempio Rosso di Monte d’Accoddi trova un confronto quasi letterale nel celebre “Tempio Bianco” di Uruk (Sumeria).

Monte d’Accoddi non era un luogo di residenza stabile, ma un santuario federale pan-isolano. Qui si radunavano periodicamente le diverse comunità agricole della Sardegna nord-occidentale per celebrare feste legate al ciclo delle stagioni, alla fertilità dei campi e al culto degli avi.

Religione prenuragica

La religione prenuragica era dominata da un dualismo cosmico:

La Dea Madre
Simbolo della terra, della fertilità, della vita e della rinascita. Rappresentata da numerose statuette fittili e calcaree rinvenute negli scavi del sito (sia in stile traforato/geometrico che volumetrico).

Il Dio Toro
Simbolo della forza fecondatrice, della virilità e del sole, spesso evocato dalle corna taurine scolpite sulle stele sacre e sulle pareti delle *domus de janas* circostanti. 

Monte d’Accoddi non sorgeva nell’isolamento, ma inserito in un fitto tessuto di testimonianze archeologiche che dimostrano l’intensa antropizzazione dell’area durante la preistoria.

Le Domus de Janas
Nelle immediate vicinanze del santuario si trovano diverse necropoli ipogeiche (le tipiche “case delle fate” sarde), tra cui la **Necropoli di Su Crucifissu Mannu**, la **Necropoli di Li Punti** e le tombe di **Ponte Secco**. Questi cimiteri scavati nella roccia ospitavano le spoglie delle stesse popolazioni che frequentavano e mantenevano attivo il santuario di Monte d’Accoddi.

Il Sughero e la Pietra
Il paesaggio circostante, dominato dalla macchia mediterranea, da pascoli e da boschi di sughere, forniva le risorse necessarie per il sostentamento dei pellegrini. La vicinanza con fonti d’acqua e con corsi fluviali rendeva la pianura di Sassari il luogo ideale per la convergenza di gruppi umani distinti.

Nel 2008 ad opera di Eugenio Muroni viene proposta un’ipotesi molto suggestiva e molto interessante dal punto di vista del simbolismo del cielo e della sua trasposizione sulla terra, tipico delle popolazioni che edificarono il grande tempio. Secondo l’ipotesi, la simmetria della struttura del sito riprodurrebbe le stelle della Croce del Sud, oggi non visibile dal sito, ma che 5000 anni fa, a causa della precessione degli equinozi, era sicuramente visibile nel settore nordoccidentale della Sardegna.

Monte d’Accoddi rimane una delle pagine più affascinanti e misteriose della preistoria europea. Molto prima che nell’isola venissero innalzate le prime torri nuragiche, le popolazioni neolitiche e calcolitiche della Sardegna dimostrarono capacità organizzative, conoscenze geometriche e un fervore spirituale capaci di dar vita a un’opera monumentale senza eguali.

Video che illustra l’unica ziggurat d’Europa

Conclusione

La “Ziggurat della Sardegna” non è soltanto un capolavoro di architettura megalitica, ma la testimonianza tangibile dell’ingegno umano di cinquemila anni fa: un luogo dove la terra si solleva per incontrare il cielo, e dove il mito e la storia continuano a fondersi nel silenzio della pianura sarda.

Se hai altre informazioni o curiosità da condividere sulla ziggurat in Sardegna e sul Monte d’Accoddi, lascia un commento.



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