Si può dire “scendo il cane”? La grammatica è una dittatura?

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Se vivete nel Sud Italia, avrete sicuramente detto o sentito dire una frase del tipo: Scendo giù il cane e torno con il significato di porto giù il cane. Il verbo “scendere“, in italiano, è perlopiù intransitivo; pertanto, non possiamo utilizzarlo insieme ad un complemento oggetto. Fanno eccezione espressioni come Scendo le scale in cui però il significato del verbo non è portare giù.

Posso dire scendo il cane?

Dunque, stando così le cose, si può dire scendo il cane? La risposta a questa domanda è affermativa e ce lo assicura la Crusca in persona!
Ma … attenzione! Il fatto che un’espressione si possa dire, non significa che si possa scrivere o che si possa pronunciare in contesti linguistici differenti da quelli informali o colloquiali.

Scendo il cane non si può scrivere!

Difatti, se la Crusca chiude un occhio sul fatto che si può dire scendo il cane parlando con i propri amici, allo stesso tempo l’altro occhio è vigile e non ammette che questa stessa espressione venga scritta, ad esempio, in un tema scolastico.

Perché non si può scrivere scendo il cane?

Scendo il cane non si può scrivere perché è una frase grammaticalmente scorretta. “Scendere qualcuno o qualcosa”, ad oggi, non significa nulla, al di fuori del significato che una comunità di parlanti può attribuire a questa espressione.

Provate a trasformare la frase da attiva a passiva: Il cane è sceso da me. Che vuol dire? Mi sembra una forzatura bella e buona che, fortunatamente, la Crusca non esita a segnalare. Per non parlare del fatto che questa frase è ambigua perché io, personalmente, la interpreterei così: “Il cane è sceso per raggiungere me”.

Un’espressione alternativa è: Esco fuori il cane. Questa frase presenta addirittura un doppio errore: “Uscire fuori” e l’utilizzo di “uscire” come verbo transitivo. Volgiamo questa frase al passivo: Il cane è uscito da me. Serve per caso un’ostetrica?

Diverso il caso del verbo salire che, al passivo, soprattutto nel linguaggio alpinistico, si è ormai affermato come sinonimo di scalare: La cima dell’Everest è stata salita da Pinco Pallino. A me, personalmente, non piace proprio!

Che cos’è una lingua?

La lingua non è un sistema chiuso.

La lingua è un prodotto socio-storico e culturale; pertanto, può andare incontro a delle trasformazioni notevoli. Pensiamo alla nostra lingua madre, il latino. L’italiano, come le altre lingue romanze o neolatine (spagnolo, francese, portoghese, rumeno …), deriva dal latino.

Oggi, però, non parliamo più la lingua degli antichi romani. E questo perché una lingua, qualsiasi lingua, costituisce un sistema aperto, suscettibile di essere continuamente aggiornato.

Che cos’é l’italiano? Che lingua si parla in Italia?

Che lingua parliamo noi?

Qualcuno di voi saprebbe dire che lingua si parla in Italia? Sembra una domanda banale, vero? Ebbene, non lo è affatto. Dire che noi tutti parliamo l’italiano è tanto vero quanto falso.

La maggior parte delle persone pensa che l’italiano sia una lingua a sé, quando invece è soltanto una idealizzazione. L’italiano, come il francese, il tedesco, l’inglese, è una lingua astratta perché, nei fatti, ciò che le persone parlano è una varietà della lingua definita “nazionale“.

L’italiano ha origine dall’antico toscano.

Il toscano era un dialetto alla pari di tutti gli altri che, tuttavia, ha assunto uno status per così dire “speciale“, tant’é che è stato poi adottato come lingua di tutta la penisola, consacrato dalla nostra bellissima tradizione letteraria.

Il toscano era migliore degli altri dialetti? No! Lo stesso Dante Alighieri (sì, quello dell’Inferno) nel De vulgari eloquentia rivolge parole sprezzanti nei confronti dei dialetti toscani.

Per non parlare del romano: il dialetto più brutto di tutti! E questo perché i romani utilizzavano la seconda persona singolare (il “tu”) anche per rivolgersi a persone di un’alta astrazione sociale, e per Dante ciò è inaccettabile e segno di una evidente bassezza morale!

Una lingua, tante varietà

Ritorniamo a noi. Gli italiani non parlano l’italiano, bensì una delle tante possibili varianti di questa lingua.

Pensa al tuo accento, alla tua cadenza, al modo in cui pronunci le vocali (aperte e/o chiuse) … da questi particolari qualsiasi persona che abbia “orecchio” sarebbe in grado di capire, quantomeno, se hai origini meridionali o settentrionali.


In socio-linguistica esistono cinque assi di variazione:

L’asse diacronico considera la lingua come prodotto di un processo storico, il suo evolversi nel corso del tempo. Il toscano parlato da Dante nel 1300 non è certamente uguale a quello parlato a Firenze nel 2022. L’italiano dell’800 è molto diverso da quello di oggi. La lingua cambia, si evolve, esattamente come la cultura, gli usi, i costumi, la storia.

L’asse diamesico considera il medium, il mezzo attraverso il quale si realizza la lingua. L’opposizione principale è: scrittura/oralità. La lingua scritta è diversa da quella orale. Nell’oralità usiamo tanti di quegli intercalari che, nello scritto, si perdono. Per non parlare della comunicazione elettronica, dei social networks, dei blog, dei forum, delle applicazioni di messaggistica istantanea (frasi del tipo: cm stai? xk sei arrabbiato? hihihih hanno alimentato tanti di quei studi di socio-linguistica!).

L’asse diafasico considera il contesto comunicativo all’interno del quale si realizza la lingua. L’opposizione principale è contesto formale/contesto informale: con i nostri amici parliamo in maniera poco controllata; con i nostri capi, professori, superiori cerchiamo di utilizzare una lingua molto più controllata.

L’asse diatopico considera il luogo di origine dei parlanti: sulle differenze linguistiche tra meridionali e settentrionali non vi tedio perché sono abbastanza intuitive. Esistono tante varietà regionali, anche a livello lessicale: pensate a chi dice cocomero e a chi, invece, dice anguria o melone (in questo caso si parla di “geosinonimi”, cioè di parole diverse che in regioni differenti vogliono tutte riferirsi al medesimo frutto).

L’asse diastratico considera la condizione socio-economica dei parlanti: un magistrato utilizza una lingua diversa rispetto ad un contadino, ad esempio. Pensiamo anche al cosiddetto politichese, al linguaggio popolare, al linguaggio specialistico dei medici, dei fisici, dei matematici, della moda, del calcio …

Allora si può dire scendo il cane!

La lingua è un fiume. Oggi più che mai. Pensiamo alla globalizzazione, alle “invasioni” delle parole inglesi nel nostro lessico quotidiano: weekend, baby-sitter, manager, politically correct, web …

Allora è giusto dire scendo il cane?

La grammatica di una lingua è fondamentale. La lingua evolve sempre, è vero; ma per forza occorre stabilire una norma, altrimenti non saremmo più in grado di districarci e chi volesse imparare la nostra lingua si butterebbe sull’aramaico antico senza pensarci due volte.

Ci sono due tesi opposte: la prima vede nell’omogeneizzazione linguistica un pericolo perché rischia di divorare le piccole realtà linguistiche locali; la seconda è a favore dell’uniformità culturale per abbattere ogni barriera.

Si tratta di due tesi abbastanza estreme. Io direi che la soluzione stia in mezzo. I dialetti, come erroneamente si pensa, non sono lingue di serie B (lo stesso italiano ha avuto origine da un dialetto!) però sono circoscritte a determinate aree spazialmente definite.

Io sono siciliana. Vivo in un paese abbastanza piccolo in cui molte persone, non solo anziane, non sono in grado di parlare in italiano. Per me ciò è impensabile nel XXI secolo. Conservare le proprie origini, le proprie radici, rimanere ancorati alle proprie tradizioni non può e non deve causare limitazioni di questo tipo.

Una domanda come: Posso scrivere scendo il cane? pone problemi abbastanza importanti.


Se si può dire significa che si può scrivere?

Coloro che difendono a spada tratta neologismi come petaloso, frasi grammaticalmente scorrette come scendo il cane, a me mi piace , a lei gli piace, qual’è scritto con l’apostrofo, muovono tutti la stessa argomentazione: “La maggior parte delle persone usa queste espressioni perciò devono essere considerate corrette”.

No! Non è un’argomentazione che regge. E non regge perché la grammatica e la socio-linguistica sono due discipline diverse che si occupano di studiare la lingua adottando prospettive in parte divergenti.

Una frase come: A lei gli piace per un grammatico è sbagliata perché il soggetto è femminile e il pronome maschile; ma per un linguista è giusta perché il linguista, banalizzando ai fini del discorso, studia come parla la gente. E se la gente usa l’articolo determinativo davanti ai nomi propri di persone – La Silvia – il linguista deve prenderne atto e considerare la possibilità di ammorbidire la norma grammaticale perché, alla prova dei fatti, ciò che conta è l’uso che i parlanti fanno della lingua più che la lingua in sé.

Chi ha ragione? Il linguista o il grammatico? Io direi entrambi; però bisogna capire che, lo ripeto, si tratta di due professioni diverse. Sono d’accordo sul fatto che una lingua debba essere innanzitutto funzionale ed efficace, facilitare la comunicazione tra i parlanti. Ma, allo stesso tempo, occorre una grammatica, una norma, quantomeno nella lingua scritta, nei contesti formali.

Una domanda come: Posso dire scendo il cane? ha poco senso. Ha poco senso perché ognuno può dire un po’ ciò che gli pare e come gli pare, senza che la professoressa di italiano o la Crusca facciano irruzione a casa sua per incidergli una nota sulla fronte.

La vera domanda è: Posso scrivere scendo il cane? La risposta è negativa! A meno che tu non stia scrivendo un racconto o un romanzo ambientato in qualche paese del Meridione. A quel punto eccome se potete scriverlo per rendere più realistici le conversazioni dei personaggi!

Hai mai letto un libro di José Saramago? Si tratta di uno scrittore, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998 con Cecità, che ha uno stile molto particolare: nei suoi romanzi è praticamente assente la punteggiatura. Che bello! Facilissimo scrivere un libro così! Beh, non direi proprio così. Scrivere un romanzo di centinaia di pagine quasi senza punteggiatura esige una abilità non di poco conto, anche perché la storia deve risultare comprensibile ai lettori, altrimenti il Premio Nobel ce lo si può solo sognare.

Saramago ci fa capire come si possa trasgredire le regole grammaticali ai fini del raggiungimento di particolari effetti stilistici. In tutti gli altri casi, ciò che scriviamo deve riflettere un sistema linguistico normalizzato.
D’altronde, solo conoscendo la norma grammaticale la si può violare ad uso creativo.

Perché si dovrebbe dire scendo/esco il cane?

Perché si dovrebbe normalizzare un’espressione come scendo il cane? Nelle regioni settentrionali non si usa e non lo si utilizza nemmeno in tutte le regioni meridionali (nel mio paese, nel catanese, non l’ho mai sentito).

A questo punto dovremmo normalizzare tutto. E allora non facciamo prima a tornare ciascuno con il proprio dialetto?

Io leggo decine e decine di articoli in cui persone accendono dibattiti inutili su questioni linguistiche delle più disparate. Se queste persone concentrassero i propri sforzi in politica, il nostro Paese forse non si troverebbe con deputati che votano Amadeus alle elezioni del Presidente della Repubblica.

Se tutti dicono così, allora non è sbagliato dirlo è un ritornello duro a morire. Il fatto che un numero considerevole di parlanti usi certe espressioni, non significa che queste stesse espressioni siano grammaticalmente corrette.

Possono essere linguisticamente accettabili, questo sì. Ma la linguistica non è la grammatica.

Lo ripeto: la lingua non è equiparabile ai numeri. I numeri sono sempre gli stessi, la lingua no. La lingua cambia dall’oggi al domani. Deve cambiare necessariamente perché è un prodotto culturale e la caratteristica principale della cultura è il suo essere precaria, suscettibile di essere modificata.

Sono i parlanti a produrre la lingua. Questo però non vuol dire che tutto debba essere ammesso. Che senso ha dire: A lei gli piace? Esiste un pronome femminile singolare: “le”. Perché far finta che non ci sia? Per non parlare del fatto che molti di quelli che commettono questo errore grammaticale sono anche gli stessi che accusano l’italiano di essere una lingua maschilista.

Una lingua deve essere produttiva. Sì, ma in uno Stato unitario, almeno a livello formale, ci devono essere dei limiti ben definiti.

La varietà è bellissima. I dialetti sono meravigliosi. Non potrei immaginare una mia amica pugliese che non dica più “scendo il cane e torno“. Ma questo non vuol dire che nell’italiano cosiddetto “standard” debbano confluire tutte queste “sfumature” che sono proprie di realtà linguistiche particolari, locali, spazialmente circoscritte.

La grammatica non è un testo sacro. Non è la Bibbia. La Crusca non è un’Accademia di dittatori linguistici. Si cerca per quanto è possibile di racchiudere in un sistema ordinato la pluralità delle forme linguistiche esistenti nel nostro Paese. Ordine è la parola chiave. Non si tratta dell’imposizione di una lingua che, ricordiamolo, è solo una idealizzazione. Non esiste una comunità linguistica pura o omogenea.

Si può dire Scendo il cane. Si può dire A me mi piace il gelato. Si può dire A mia sorella gli piace cucinare. Si può dire: Pissicologo. Si può dire: Areoplano. Si può dire: Sto andando ammare.

Però non significa che tutte queste frasi si possono scrivere. A meno che non vogliate ribellarvi all’imposizione di una lingua di Stato, rivendicare il vostro diritto a scrivere qual è con l’apostrofo, ritenendo che questa battaglia sia utile per affermare la vostra libertà individuale.
A questo punto occorre qualcuno che sulle orme di Dante scriva un nuovo De vulgari eloquentia.


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